Mi serviva scongiurare il fatto compiuto di un destino sedentario. Così sono andato ovunque vadano le navi, su tutti i mari e ogni oceano; sono persino arrivato a sfiorare le latitudini estreme dei poli. Ho attraversato stretti, superato tutti i capi della terra e ne ho fatto il giro da est a ovest. Non ho trascurato nulla, nemmeno gli itinerari fantasiosi di Blaise Cendrars; ed è nel solco della sua memoria faceta e ricomposta che mi è apparsa la verità che cercava nel viaggio. Henry Miller, nella sua incrollabile ammirazione per il poeta, diceva che vi aveva trovato ciò che non era venuto a cercare: una giustificazione letteraria ai suoi propositi personali. Su mari che non ha mai attraversato, mi sono ispirato alle sue rotte per scrivere il mio diario, nella grande ombra che ha lasciato dietro di sé come un avventuriero negligente. Generoso delle sue esperienze e per nulla imbevuto del suo genio. Le sue prime impressioni furono redatte come un libro di bordo giusto cento anni fa, sulle acque nere e blu dell'Atlantico del Nord mentre era in partenza per il Brasile. L'oceano che attraverso, ha invece i colori dei mari caldi e delle nuvole che li riflettono, cariche di un'umidità tropicale.
Il suo diario di navigazione racconta la sua vita di passeggero sul Formose, placido, distratto da tutte le sue turpitudini, come tra parentesi. Essere sul mare lo lava dalla sua identità, da tutto ciò che lo ossessiona e lo tormenta. Vi forgia un nuovo inizio, una ragione di esistere lontano dalle sue radici terrene e dalla sua origine, e dal sangue casalingo dei suoi antenati. Ha appena trovato un nome d'arte che lo rappresenta. Frédéric Louis Sauser è morto da qualche parte oltre le rive del mondo, lontano dall'immagine che allora aveva di sé. Come un'anima errante in mezzo agli uccelli marini, seguirà le navi senza mai posarsi. Appena nato dalle ceneri della sua stirpe, Cendrars ha definitivamente preso il passaggio e proseguito il suo viaggio, di cui si è convinto di ignorare la destinazione, tanto meno il termine; contava solo la rotta, anche se esitante a impegnarsi. Le sue rotte ancora approssimative sono la memoria di un poeta che aveva il destino di compiersi. Il viaggio che ha realizzato nel 1924 a bordo del Formose era un'iniziazione.
La traversata che sto effettuando in questo momento sul Queen Elizabeth ne è l'eco lontana: la risonanza approssimativa. Deferenza mantenuta verso il vagabondo e il magnifico mistificatore. Da quando ho preso il mare è per sempre, almeno per lunghe erranze; con la segreta ambizione di incagliarmi. Per improbabili traversate a perdita d'orizzonte, a mille miglia dal mondo che si pretende vero per squalificare i poeti; questo stretto universo che mi ha lasciato il tempo di capire che non gli appartengo e che abbandono a ogni partenza, a ciascuno dei miei imbarchi per Citera. Da quando sono in età di viaggiare, scrivere e forgiare le ragioni, le tentazioni si sono sommate alle esperienze. Molti libri sono emersi da questa vocazione. Ho imparato la pazienza di chi si prepara a partire e il coraggio di cui si vantano coloro che tornano al porto d'origine promettendosi di levare l'ancora. Il testardo Sisifo doveva essere un marinaio. Cendras e io non abbiamo la stessa filosofia del viaggio. Quando si naviga, tutto si dimentica; nulla conta più che l'eternità dell'istante. Gli scrittori lo hanno convenuto: è vano inseguire la propria ombra per ridefinirne il senso; non si può tracciarne il corso. Gli oceani ne cancellano il ricordo, ogni interrogativo sul passato, ogni inquietudine del domani. Non ci si afferma quando si va sul mare, si rinasce da se stessi; perché in questo universo instabile dove nulla è vero per lungo tempo, tutto è possibile. Le immaginazioni prendono vita, si rafforzano e si ridefiniscono. Scomparire tra cielo e mare, ecco la sfida, la scommessa disperata. La regola definita a colpi di dado. Essere in perpetua assenza di peso e ricostruirsi. Considerare ciò che resta del mondo emerso, già quasi abolito, terre fantasma senza più ricordo e senza destino. Non faccio mai scalo e non scendo a terra quando la nave è in porto. La poesia è una navigazione a lungo corso e tengo salda la barra. Vagabondare in compagnia di Blaise Cendrars è comunque un privilegio, una buona fortuna; è accettare di essere in equilibrio instabile, di navigare fuori dalle rotte marittime lontano dalle boe segnate sulle carte dai tempi dei portolani. È fare il lutto del peggio e del meglio di sé, di ciò che si è stati per affidarsi ai quattro venti dell'avventura; è rinascere e non avere più ombra. È con questo spirito e questa determinazione che prendo ogni volta il mare come se fosse l'ultima volta. Per essere quasi certo di riuscirci, bisogna costituirsi un universo chimerico, una menzogna utile; inserirsi nella propria storia di cui il decorso e lo scenario sono scritti e disegnati da una mano che non trema e da un tratto senza correzioni. Installarsi in una realtà scelta. Entrare nella fotografia, nell'istantanea che si è scattata di sé e che sarà suscettibile di illusioni. Per aprire una breccia immensa e installarsi lì.
Blaise! Le tue erranze poetiche hanno soppiantato la geografia della tua fuga disperata: alcune navigazioni a lungo corso sono bastate per inocularti il senso del partire mai rimandato alle calende. Con l'obiettivo ultimo di tornare, di essere un altro per soddisfare il tuo desiderio di completare il viaggio, di concludere il tuo giro d'onore. Avevi una rotta da tracciare su una carta, un punto d'organo da mettere alla sinfonia della tua esistenza. Confonderti per sempre con il mare sarebbe stata una profanazione, una deviazione nella ricerca del tuo immaginario esistenziale. Se hai viaggiato, era per riprendere terra un giorno come si riprende fiato dopo una corsa esaltante, come si coglie la propria occasione alla luce di una vittoria incerta. Da allora che ci si è avvicinati alla propria linea di vita per non lasciarla più. Il tuo sogno era in te. Era vano aspettarsi di più. Potevi quindi gettare l'ancora senza rimorsi e senza rimpianti. Era il tempo dei viaggi e del poeta: quello della rivelazione, la conclusione di un impulso necessario alla tua sopravvivenza; la ricerca del gene che mancava al tuo destino, alla tua nascita. Potevi ormai riempire il baule che ti ha seguito nelle tue peregrinazioni. Il mare era un inizio per te, mentre sarà la mia fine ultima; il colpo d'onore di cui non avevi bisogno. E tanto peggio se sbaglio futuro: ciò che lascio dietro di me non sarà perduto. Il passato è archiviato. Mentre cercavi una ragione di esistere, da qualche parte ovunque ma sulla terra, continuerò a prendere il mare come testimone, come si entra in clausura, in religione, al ritmo dei sette mari e dei quattro venti. Riprenderò il largo indefinitamente, in perfetta coscienza delle tempeste che mi attendono e mi metterò alla cappa ogni volta che sarà necessario, il tempo che si esauriscano le nuvole e le depressioni che mi sbarreranno la strada. Sul mare il viaggio è una messa profana, lo spazio idealizzato di un'eternità alla luce della mia definizione di felicità; del sogno a cui associo il mio destino. Non è una dimissione, non è un abbandono; solo un lasciarsi andare. Uno scivolamento progressivo verso la libertà su una nave senza bandiera e oceani senza appartenenza. L'unico campo dei possibili ai miei occhi, a cui possa appartenere d'ora in avanti. Vagabondare senza aspettarsi nulla se non la predestinazione del vascello fantasma su cui mi imbarcherò infine, di cui non si saprà mai il nome né la destinazione. E di cui la storia sarà sospetta per preservarne il mistero; ma solo agli occhi degli smarriti della terra. Non ho lo spirito inquieto della maggior parte degli uomini; credo che la grande vacuità dell'universo sia una forma di abnegazione che mi si addice da sempre e che lo stato paradossale dell'assenza sia una definizione promettente di un ritorno al mare primordiale. È per questo che accetto di essere diseredato dal mondo. Per saldo di tutta la terra e della mia vita.
Blaise Cendrars
intinse la sua penna nell'esistenza come in un calamaio.
È così che visse,
sempre in punta di piedi, in controsenso sui sentieri trasversali.
Per farlo,
si sforzò di distorcere il mondo
per renderlo accessibile alla sua ricerca esistenziale del punto zero della scrittura.
Vinse la sua scommessa,
che fu di imporre il suo doppio a Frédéric Louis Sauser.
Così, non appena non fu più in grado di viaggiare
né di spostarsi fisicamente,
seppe prendere la misura della sussidiarietà dello scrittore sul viaggiatore
e l'uomo d'azione.
Con questo consenso,
non appena tutto fu consumato, acconsentì al ritorno in grazia
di colui che era,
rimasto in filigrana.